30/07: Nino's day: ci sono tutti, manchiamo solo noi (perché nessuno si è ''ricordato'' di invitarci). Peccato
*LAMENTAZIONE (LETTERA DI UN ESCLUSO A UN POTERE SEMI-CHIUSO)

La copertina di un (inutile) libro edito dalla Libreria del Teatro nel 1998
"Venghino, siori, posti in prima fila e ingressi limitati, venite parvulos! che poi si bighellona tutti insieme allo Strazio Gerra!". Massì, tutti a farsi belli alla - o con la, grazie alla - Libreria del Teatro (questa sera, ore 19, con brindisi e reading in via Crispi: si festeggia il mezzo secolo dell'attuale gestione), sfruttando la “secolare” storia di Nino, libraio dal 1960 nonché taciturno e refrattario animatore di quella che un leguleio di parte avversa, preso dalla foga immobiliare più che dalla pacatezza della toga, circa 15 anni fa definì “invereconda topaia”. Sembrava un titolo del Vernacoliere, di quelli cubitali e ‘scatologici’ che Nasi espone in locandina. Eh già: ce ne fossero di “topaie” così…
Hanno provato a sfrattarlo diverse volte, ma di mezzo, in sua difesa, ci si sono messe persino le Belle Arti, giudicando lui e quella “topaia” meritevoli di esistere (sì, “topaia”: nel senso di topi di biblioteca, di stanzone zeppo di libri che solo il titolare, collezionista di immagini ex-voto e di storie ex-cathedra, sa tirarti fuori dall’ordinato caos di certi grattacieli di carta, cioè di volumi introvabili - talvolta impubblicabili - impilati a piramide, semi-clandestini come le case che li editano, sanamente “controculturali” come nessuna istituzione, Comune o Legacoop, potrà mai essere, checché ne paghino l'affitto e quindi espongano il loro logo di "città delle persone (e del potere cooperativo)" in vetrina.
Sempre lì, polverosi e sfogliati e ingialliti, tra Keith Haring e le fanzine sull'anarchia: libri vivi e testi morti, qualcuno senza tempo e qualcuno non in vendita, accatastati o esposti uno sopra - o in mezzo - all’altro (cazzo, sembra d’essere a casa mia! - chi c’è stato sa cosa voglio dire), laddove un elastico sapientemente posto è in grado di smentire qualsivoglia legge della fisica e persino della termodinamica, dal momento che mai un incendio, tipo Fahrenheit 451, ha mai distrutto tutto quel bendidio effettivamente incendiario (specie per le famiglie catto-reazionarie del centro storico).
Ebbene: oggi è il giorno del meritato anniversario, delle celebrazioni in grande stile. Cinquant’anni non sono pochi e meritano un parterre di tutto rispetto. Sennonché…
(CONTINUA DENTRO...)
Vabbè, passi per i compianti e - a detta di alcuni critici – narrativamente efficaci ma letterariamente un tantino sopravvalutati Tondelli, che non è un Gadda, e Costa, che non è un Caproni (ah: entrambi sono scomparsi nel 1991, anno in cui è morta la stagione più fervida della cultura reggiana); passi per gli esordi di chi si è ispirato a loro sottoponendo a Nasi le bozze da correggere (dal Caliceti di Fonderia Italghisa, gennaio 1996, che il sottoscritto fu il primo a recensire con un articolone sulla prima pagina del Carlino, al Grasselli de L'ultimo Cuba Libre, gennaio 2006, e di All’inferno ci vado in Porsche, di cui moderammo la primissima presentazione al “Prospero”); passi pure per il mitico performer Raspini, che quegli anni e quelle atmosfere li ha vissuti da vicino e da protagonista. Bene, benissimo, ma un paio di piccole e rivendicative osservazioni permettetecele.
Primo: che c'entra Mister Unipeg con il celebre collezionista di edizioni de Il Piccolo Principe? Che c'entra l’Unimore dei “parrucconi” con lo sconvolgente scenario di “Postoristoro”, primo episodio-capitolo di "Altri libertini"? Ma soprattutto: che c'entra l'ultima trovata di Catellani, il “berlinese” che sembra non riesca a sopravvivere senza i dj-setter (roba da Love Parade, appunto), lui che dopo "Ost" è solito pure sul carro della rassegna interprovinciale "Ant" (Work), così, tanto per non farsi mancare niente?
Seconda osservazione: va benissimo che ci sia Imovilli (braccio sinistro dell’assessore, quello che cura la programmazione giovanile: il destro è Negri, che invece cura il cartellone anziano, per così dire curial-rotaryano), che nel '99 per i tipi della Libreria del Teatro pubblicò "Inchiostro e vinile" (sulla storia di Mondoradio, che il sottoscritto fu il primo a recensire).
Ok. Ma perché nessuno si è preso la briga di invitare il sottoscritto, che per i tipi della Libreria del Teatro, nel gennaio '98, un anno prima di Immo, pubblicò "Sensi e controsensi" (raccolta di poesie)? Toc-toc, è permesso? Scusate tanto, ma nei 50 anni del “revival-refresh” ci siamo anche noi, cribbio, sommessamente, umilmente, pacatamente, financo veltronianamente… Boh, io mica me lo so spiegare. Una leggerezza? Una scelta artistica? Un diktat dall’alto? Insomma: che avesse e abbia tuttora ragione il rocchettaro Meglioli quando, in tema di politiche culturali e pluralismo dell’offerta, cioè di pari opportunità tra attori nello stesso teatro-città, ha avuto l’ardire e l’ardore di dire pane al pane e vino al vino attraverso una lunghissima e circostanziata lettera-j’accuse pubblicata una settimana fa sulla Gazzetta?
Se così fosse, dico subito che tutte queste conventicole più o meno ad excludendum mi hanno francamente rotto i cosiddetti. Basta, non se ne può più, pietà di noi! Ma non perché uno come me ci tenga oltremisura a farne parte, anzi... bensì perché non vorremmo mai, chissà in quale giorno, risvegliarci dal lungo sonno (incubo?) e ritrovarci retroattivamente calati nella Russia del regime di Stalin, dove c’era sempre qualcuno, più realista e meno idealista del Re, pronto a purgare o a epurare o a esecrare i nemici del popolo, ovvero i non organici al regime. Non osiamo e anzi non vogliamo neppure pensare che dall’alto di una regia centralizzata o dal basso di cabine periferiche ci sia qualcuno istruito e delegato a svolgere i “lavoretti sporchi” (chennesò: cancellare un dissidente da una foto o sbianchettare un nome da una lista), prendendosi la briga e la sfiga di ritoccare o “spugnettare” (nel senso di assestare scientifici colpi di spugna) la storia comune, compresi i fermenti culturali che Peggio Emilia esprime o ha espresso in passato. Metafore ingenerose, paragoni stiracchiati, sogni di una notte di mezza estate, come no, certo che sì, oibò...
Davvero non c'è posto per i situazionisti apolidi, per gli spiriti liberi, per i creativi senza consulenze pubbliche in questa città che brama e preme per darsi un tono democratico e moderno, meritocratico e creativo, auto-definendosi “città delle persone (allineate, intruppate)” e delle avanguardie più o meno artistiche (anche se dalle musico-ideologia di Gentilucci alle foto amatoriali di Fotto-grafia Europea il passo non è breve, e anzi sembra un contrappasso)? Possibile che ci sia chi è ancora e davvero convinto che, dopo la morte per sopraggiunti limite di età di RicercaRe (il Gruppo 63 non esiste da un pezzo, e persino il critico Guglielmi ha recentemente fatto autocritica – autodafé? di sicuro fuoco amico – sul senso politico e la qualità letteraria di quella abbondantemente archiviata stagione di provocazione letteraria) e l’esaurimento del credito sovranazionale ottenuto dal modello poi divenuto marchio Reggio Children (già abbondantemente incassato e speso), certi atteggiamenti di chiusura autarchica in senso passatista e dunque di sostentamento acritico e autoreferenziale facciano davvero bene alla tenuta culturale di questo avamposto di provincia, o che facciano il bene socio-pedagogico e persino turistico della comunità tutta?
Se così fosse, ripeto, se ci fosse cioè una situazione di cappa impermeabile, difficile da perforare, o una quotidianità di muri di gomma non facili da scalfire o da scavalcare, mi e vi domando: come le vogliamo chiamare le “dimenticanze” nei mie confronti (io, il lamentoso non omertoso) o nei confronti di tutti quelli colpiti da “scomunica” e/o finiti tra le righe di chissà quale lettera scarlatta (scarlatta: a quelle Scarlatti ci pensa egregiamente Negri)? Mi vengono in mente una rosa di parole e una gamma di concetti, scegliete pure voi a piacimento, può essere che ce ne sia uno che fa al caso nostro: sabotaggio... troppo forte? boicottaggio?, ostracismo?, doppiopesismo?, censura... troppo abusato?, regime... troppo generico?... o magari è una semplice - per quanto ingiusta e irritante - coincidenza, una banale rimozione, ovvero la veniale gaffe di un'organizzazione fin troppo zelante, che ragiona per sentito dire e memoria corta? O magari (la butto lì, ipotizzo nuovamente) per lobbies para-politiche o clientele para-culturali, ovvero non per competenza o completezza di libri, né per giustizia di nomi, né per oggettività di fatti?
Ah, saperlo… La sollecitazione a dare una risposta c’è, il sasso nel “ri-stagno” è stato lanciato e il dibattito è aperto, sperando che lo siano anche le menti che eventualmente lo vorranno animare.
(A Cesare quel che è di Cesare: altrimenti si scadrebbe nell'usurpazione di titoli e sottotitoli, nel millantato credito, nella "subornazione" di idoli... da qui le liste di proscrizione, con passaggi da riscrivere ed eredità da mistificare pur di essere ammessi nel girone dei festeggiati di oggi e degli epigoni di domani – Nino, non farti tirare per la giacchetta, non farti mettere troppi cappelli dello status quo in testa! resta un "re nudo", un clandestino della cultura, un ribelle che mette la pubblicistica gay in vetrina, un cane sciolto e un po' burbero con le tue borsine di plastica gialle e i nastri adesivi marroni con cui ancora chiudi i pacchi della prosa in resa). Ad ogni modo, stasera alle 19 passerò in via Crispi: sperando che i “sacerdoti del culto” non abbiano né bloccato il passaggio o, peggio ancora, che non ci sia da pagare un pedaggio. Due beffe in un colpo solo (prima cornuti e poi mazziati) sarebbero davvero troppo.
P.S. Adesso scappo, devo andare a preparare un’intervista-evento dedicata al 30° anniversario di “Tuttoreggio”, il periodico disco-giovane fondato da un altro grande personaggio dei migliori anni della nostra vita, quel Sandro Gasparini che alla sua venerata età è ancora lì, forbici in mano e sigaretta light in bocca, in culo a tutti gli Internet e a tutti i computer del mondo, a riciclare foto e ritagliare gonne o sorrisi per poi incollarli uno a uno con la stick, senza fretta, su fogli di carta millimetrata e il tubetto della Pritt quasi sempre a secco, o il vecchio e minuscolo televisore sintonizzato fisso su Rete4 che trasmette alle orecchie dell’one-man-magazine l’imperdibile show dell’Emilio.
Zarathustra


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